Michael-Palij

Il gioco del gatto e del topo

Sono passati esattamente 20 anni da quando diedi il mio primo esame per il Master of Wine. Me lo ricordo come fosse ieri. Il dolce profumo di primavera nell’aria di Londra (mi preoccupavo che il profumo mi avrebbe deviato al momento della degustazione alla cieca), il misto di eccitamento e paura, e un pensiero che continuava a ronzarmi in testa “finalmente ci sei, ce la puoi fare!”
Come accadde, ci riuscii – non in un’unica volta, non ce la feci infatti quell’anno con la degustazione, ma riuscii a passare la teoria e poi la degustazione, nel 1995. E’ curioso, perché riesco a ricordarmi quasi tutti i vini, ma molto poco della parte teorica. La domanda che mi è rimasta impressa nella mente, comunque, era quella della Pagina Quattro (conosciuta anche per essere il tema più lungo). Era la seguente: il linguaggio del vino, parole e numeri.
Come se fosse un trattato di filosofia, mi divertii a spendere quelle tre ore tirando fuori idee su questa questione fondamentale, per quella che era (e poi sarebbe stata) la carriera che scelsi.

Non ho mai avuto modo di vedere il mio punteggio, ma chiaramente la mia risposta fu vaga a sufficienza da funzionare. Parole, in realtà.
Vent’anno dopo e questo dibattito rimane ancora rilevante. I numeri (pH, zucchero residuo, estratto secco, regolamenti EU, codice a barre, punteggi di Parker, annata e prezzo) per tanti sono di un’utilità essenziale. Dagli enologi ai consumatori, dai compratori ai contabili. Sono  parte del nostro modo di vivere. I numeri non mentono.
Oppure sì? Dire che mentono è un’accusa troppo forte forse – magari i numeri non raccontano tutta la storia. Non ti parlano di come un vino si accompagna bene ad un piatto, di quanto ti piace, o di cosa profuma, o di quali sacrifici ha fatto un viticoltore per produrlo. I numeri, secondo me, non colgono realmente l’anima di un vino.

Sembra bizzarro stare a discutere dell’anima di un vino, se sia senziente o sapiente, ma c’è qualcosa in ogni grande bottiglia cha appartiene proprio a chi fa il vino. Anche se parliamo di Chopin, Dègas o Hemingway, dobbiamo ammettere che c’è qualcosa di trascendentale, che ti porta al di là del dipinto, della tela, della tastiera del pianoforte o della pagina del libro e ti fa diventare il mondo leggermente più bello di quanto fosse prima. Un grande vino riesce a far questo proprio come fa la musica, la pittura e la letteratura.

Certo, lo strumento artistico di chi fa il vino è fondamentalmente l’agricoltura. Fare il vino è un lavoro duro; nel vigneto e in cantina ogni vigneron gioca al gatto e al topo con Madre Natura. E’ lei il vero “capo” e i grandi vini riflettono sempre  questa gerarchia naturale. Il vignaiolo porta semplicemente i vini alla vita, cercando di interferire il meno possibile sulle caratteristiche forgiate dalla Natura.
I vini buoni, invece, sono prodotti seguendo i numeri. Un po’ di mosto concentrato rettificato qui, un po’ di tannino là, una mano alla fermentazione e una alla malolattica. Nei vini buoni i numeri sono sempre al loro posto. Non c’è un valore anomalo, nessun capello fuori posto, proprio la perfezione clinica che ci assicura la chimica. Madre Natura, una volta ancora, risulta soggiogata e uniformata.

Dei vini buoni ci ricordiamo sempre i  numeri: quanti punti, quanto costa. Dei grandi vini ci ricordiamo come ci hanno fatto sentire. La gente, il posto, l’occasione, la sensazione di come si siano lanciati gioiosamente verso il nostro palato e tutte quelle cose che i numeri fanno fatica a cogliere.
Perciò ti suggerisco, quando il prossimo numero di Wine Spectator ti sarà lasciato sullo zerbino, chiediti se il punteggio“96” sia proprio la cosa che vuoi.

Michael Palij MW
Winetraders (UK)
www.winetraders.eu

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